Democrazia ambientale: un nuovo modello (liberale) per le società occidentali?

Democrazia ambientale: un nuovo modello (liberale) per le società occidentali?

I tradizionali meccanismi della democrazia rappresentativa, che si è affermata come modello tanto eterogeneo quanto dominante nelle società occidentali, mostrano oggi evidenti limiti nell’assumere decisioni che tengano conto, da una parte, della sempre maggiore complessità delle questioni affrontate e, dall’altra, dell’evoluzione sempre più frenetica di idee e preferenze delle società attuali, perennemente in via di sviluppo. Tra i fattori che hanno determinato tale crisi: l’affermazione dell’informazione di massa, sistemi sociali in continua frammentazione, l’avvento dell’era dei diritti umani e le conseguenti aspettative generate in seno al singolo individuo. Ne è naturale esito la fase storica attuale, condizionata da una grande crisi di rappresentatività e legittimazione che investe a tutti i livelli governi, procedimenti decisionali, istituzioni. Un crescente clima di sfiducia avvolge, ovunque, la capacità della democrazia rappresentativa di proteggere l’interesse dei cittadini e le tradizionali strutture di mediazione politica (partiti, religioni, ecc.) che perdono l’autorevolezza per imporre le proprie finalità ai consociati o sintetizzare, tra questi, proposte che disattendano gli interessi particolari per perseguire l’interesse pubblico.

Nella tradizione liberaldemocratica, pur nella generalità dei contesti e delle diverse applicazioni, il momento partecipativo è sostanzialmente indiretto, limitato all’elezione dei rappresentanti politici, che da soli siano quindi legittimati a prendere le decisioni politiche che producono effetti nelle comunità. È crescente e viva, oggi, la domanda di un maggiore e diverso coinvolgimento della società civile nei processi politici, quale applicazione del principio che l’inclusione dei cittadini nel processo decisionale possa rappresentare lo strumento ideale per ottenere decisioni migliori, perché fondate sulla rappresentazione e valutazione di tutti gli interessi in gioco. Hanno così fatto ingresso nel dibattito politico e in ambito giuridico i diritti di partecipazione del pubblico, quali applicazioni più o meno forti di proposte e teorie di democrazia partecipativa e deliberativa. Tali teorie si fondano su un mutamento radicale, rispettivamente quantitativo e qualitativo, nella definizione di spazi di partecipazione democratica.

La democrazia partecipativa propone, quale strumento di equità e di creazione di un senso di appartenenza democratica e di cittadinanza, un’estensione della sfera del controllo partecipato a tutte le istituzioni sociali, inclusi i luoghi della produzione e le comunità locali, attraverso strumenti di democrazia diretta. La democrazia deliberativa, invece, prefigura una mutazione qualitativa della partecipazione, concependo nuovi strumenti di coinvolgimento democratico come momenti di discussione e confronto tra soggetti posti in posizione di massima libertà ed eguaglianza.

In tale contesto, si esalta la possibilità di affermazione dell’individuo e delle minoranze interessate, che ritrovano così la loro forza a fronte di un “dispotismo” della maggioranza eletta in contesti che non possono tener conto delle singole questioni deliberate o in fasi politiche che, oggi, possono rappresentare dopo pochissimo tempo vere e proprie ere geologiche passate, non rispecchiando se non in minima parte i contesti successivi nelle camere elette. Non è questa la sede in cui dibattere dei difetti o delle mancanze di tali modelli, in costante evoluzione all’interno dei dibattiti che li vedono protagonisti: è tuttavia convinzione condivisa che tecniche di democrazia partecipativa e deliberativa, in ragione delle qualità intrinseche del processo decisionale e dell’influenza di questo sulla decisione finale, possano costituire una risposta alla crisi di legittimità del tradizionale modo di funzionamento delle istituzioni democratiche, pur non sostituendosi ma affiancando i principi rappresentativi cardine delle nostre società.

Tale dibattito ha avuto fortemente impulso in ambito ambientale, considerata la complessità dei problemi affrontati e la necessità di mediare fra differenti e opposte sfere di interesse (il mondo scientifico, le comunità locali, le imprese, le pubbliche autorità) in un inevitabile tradeoff tra protezione dell’ambiente e sviluppo economico. Il concetto scientifico, filosofico e per ultimo politico e giuridico di “sviluppo sostenibile” è quindi naturalmente fermentato, nell’obiettivo comune di ricercare il miglior approccio strategico e politico per l’elaborazione delle decisioni in materia.
Infine, investendo le tematiche ambientali questioni e interessi primari per la collettività, direttamente connessi a qualità della vita e salute pubblica, è particolarmente forte in quest’ambito la richiesta dei cittadini di partecipazione attiva e di “aver voce in capitolo” nelle decisioni.

Tale dibattito ha portato all’affermazione di una nuova idea circa le relazioni tra governanti e governati nella definizione delle scelte pubbliche in materia ambientale, che la recente nozione di “democrazia ambientale” prova a esprimere. Essa costituisce il naturale punto di incontro e di sintesi tra le nuove dottrine sulla democrazia e l’emergere della questione ambientale come questione politica. Il concetto di democrazia ambientale ruota proprio attorno alla ridefinizione del concetto di partecipazione pubblica nell’assunzione delle decisioni che interessano una data comunità o collettività. Essa si riferisce alla previsione di meccanismi che possano consentire un effettivo coinvolgimento della società civile nei processi decisionali pubblici su questioni di rilevanza ambientale e, quindi, sulle decisioni in materia di sviluppo economico degli stati.

Giuridicamente, il maggiore apporto a riguardo è derivato dalla conclusione nel 1998 della Convenzione di Aarhus, ad oggi ratificata da 45 stati tra cui Italia e Unione europea, sull’accesso alle informazioni ambientali, sulla partecipazione del pubblico al processo decisionale e sull’accesso alla giustizia in materia.
Una vera e propria rivoluzione copernicana nel settore della partecipazione della cittadinanza al processo democratico di elaborazione delle scelte. Dal dibattito, vivo e attualissimo in ambito ambientale, emerge in questo modo fortemente la volontà di attribuire un ruolo fondamentale alla società civile quale attore nella tutela dell’interesse pubblico e alla sua partecipazione quale immissione nei processi decentrati di governance.

All’alba del nuovo secolo, nel 2001, un sempre lucidissimo Indro Montanelli anticipava i temi che avrebbero toccato le nostre democrazie negli anni (e, probabilmente) decenni seguenti.
Esponendo quali fossero i principi cardine del liberalismo, scriveva sul Corriere della Sera: “prima che una scelta idologica, quella liberale è una scelta di civiltà: nel senso che ha diritto a considerarsi e ad essere considerato liberale chiunque rispetta le opinioni diverse ed anche opposte alle sue. Ecco perché si può essere liberali anche militando sotto altre bandiere: basta che i loro militanti non pretendano di essere depositari di verità assolute che escludono tutte le altre e d’imporre quella propria con gli strumenti del potere, la censura e il resto. Ecco il punto in cui il liberalismo si differenzia dalla democrazia, che con la sua religione della maggioranza rischia molto spesso di diventare, in nome di essa, dispotica. L’oltranzista della democrazia rappresentativa crede che il numero sia il metro di tutte le cose e abbia il potere di rendere buone quella cattive. Il liberale, al contrario, non rinunzia affatto a giudicarle secondo il suo metro morale e, se del caso, a condannarle, sempre coi mezzi legali della critica e della persuasione.”

È così inevitabilmente necessario, per un liberale o per una società che si proclami tale, che si garantiscano ai propri consociati spazi di discussione e partecipazione nelle scelte politiche e decisionali: spazi che i tradizionali meccanismi di democrazia rappresentativa non riescono, oggi, evidentemente più a offrire.In quest’ottica, le proposte di democrazia partecipativa e deliberativa offrono un importantissimo spunto di riflessione. Certamente, servirà tempo e ampio spazio di dibattito e confronto, in assenza del quale tali domande di partecipazione rischiano di lasciare vasti terreni fertili a pericolosi populismi, se non a nostalgici richiami dispotici.Non serve essere raffinati politologi per osservare già oggi la realizzazione di tali fenomeni: basti guardare le recenti elezioni di ogni paese europeo.

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