Dall’esproprio a tangentopoli: storia tutta italiana di un’urbanistica mai liberale

Dall’esproprio a tangentopoli: storia tutta italiana di un’urbanistica mai liberale

di Giacomo Paladini, architetto

 

Una cosa è certa, i guai dell’urbanistica italiana non sono stati causati dalla politica o dalla teoria economica liberale.

Dagli anni 90 in poi si assiste progressivamente a un peggioramento del rapporto tra politica e urbanistica. Dal 1996 al 2001 il governo attuerà la riforma federalista e di delocalizzazione che, più di tutte, ha cambiato le regole anche se mai in modo definitivo.

Anche prima degli anni 90 la redazione di un PRG era diventata per la politica un’incombenza obbligatoria invece che essere considerata come lo strumento migliore per attuare strategie sul territorio.

Le ragioni ci sono, infatti, nonostante i tentativi di riforma attuati a fine anni sessanta (L.765/67) il modello del PRG rimaneva vecchio, risalente alla prima legge del 1942, quando l’Italia non era ancora una Repubblica.

Il PRG organizzato in quel modo si occupava solo ed esclusivamente di espansione urbana in un periodo in cui iniziava ad essere sempre più forte l’esigenza di governo di aree già urbanizzate, di parti della città esistenti che avevano perduto la loro funzione originaria, di zone industriali dismesse,  di ferrovie inutilizzate, di aree militari non più funzionali alla difesa e  di vecchi servizi pubblici ormai obsoleti. La legge del 1942 ci descrive un’epoca lontana anni luce dalla nostra, il paese aveva esigenze ben diverse soprattutto per quello che riguarda la sfera dei diritti.

Il tipo di PRG che derivava da questa legge era in sostanza di tipo confermativo rispetto al diritto di proprietà, cioè quello reale, di uso esclusivo che si acquisisce su un immobile, su un edificio o su un’area quando si compra. In sostanza un PRG confermava, prescrivendole, quelle che erano le parti della città che si dovevano conservare, quelle che si dovevano trasformare, cioè costruendo nuove abitazioni, secondo regole come la densità abitativa, la quantità, l’altezza, le dotazioni pubbliche. In pratica era la prescrizione che stabiliva l’uso del suolo, con l’idea di immaginare e disegnare quella che sarebbe stata la città del futuro, costruita esattamente come si era pensata.

Queste prescrizioni, che prevedevano una totale conferma nel costruito, potevano essere modificate solo con procedure identiche cioè da varianti di piano. L’Istituto di Variante valido ancora oggi.

Questo sistema che oggi ci sembra fuori luogo, non lo era ovviamente nel 1942 perché i ritmi dello sviluppo erano molto lenti e le relazioni tra i territori molto deboli. La distinzione tra città e campagna era molto netta, non esisteva il fenomeno dello “sprawl”, cioè della campagna urbanizzata, non esisteva conurbazione né esistevano aree metropolitane, il concetto di periferia era praticamente inesistente.

L’urbanistica come disciplina, nasce in Europa in epoca industriale, quando le grandi urbanizzazioni delle città hanno comportato, crescendo a dismisura, la diffusione di malattie di ogni tipo, dovute alla mancanza d’ impianti igienici, di impianti fognari, di strade. Il Piano, è nato proprio per perseguire interessi collettivi, rispettando quelli individuali in modo che fossero legalmente riconosciuti.

Lo strumento principale da utilizzare per risolvere questi gravi problemi fu quello dell’esproprio per pubblica utilità, presente in tutte le legislazioni europee, legato soprattutto alla realizzazione di opere di questo tipo in alternativa all’ organizzazione e realizzazione delle previsioni urbanistiche. In molte realtà europee si praticava inoltre l’acquisto preventivo, una specie di diritto di prelazione sulle aree agricole, proprio per avere l’opportunità di pensare anche allo sviluppo della città futura.

In Italia si segue invece l’esproprio assoluto per realizzare qualsiasi tipo di previsione urbanistica.

Quindi, in sostanza, il Piano diventa prerogativa dell’Amministrazione Comunale che ne diventa promotrice e responsabile, realizzabile attraverso un costo da sostenere per l’attuazione che verrà recuperato in parte o totalmente nel momento in cui un privato sia interessato a realizzare ed utilizzare questi strumenti.

Il recupero era affidato ad un meccanismo fiscale, di tassazione, senza considerare il fenomeno della rendita di un terreno che cambiava molto se si modificava la sua destinazione da agricolo a edificabile. Cambiava ancora di più se al valore dei suoli si fosse aggiunto, nel caso dei centri storici, il valore dell’edificio da demolire e quello dell’affitto annuale dello stesso.

Il concetto di rendita fondiaria era ben poco liberale perché si trattava di guadagno non derivato da investimenti, un guadagno parassitario e monopolistico dovuto solo dal cambio della destinazione d’uso di un suolo.

Ma tenuto conto dell’esproprio assoluto per ragioni generali di pubblica utilità, si sarebbero potute controllare ogni forma di speculazione edilizia, e anche la rendita fondiaria, favorendo le migliori condizioni di sviluppo tenuto conto fattori economici e di peculiarità dei nostri territori. Possiamo parlare quindi di una forma di presenza statale in grado di favorire al meglio lo sviluppo delle città in sinergia con i privati che avrebbero costruito e sviluppato le città in modo corretto aldilà della particolarità della questione della rendita.

La politica del tempo, salvo rari casi, non era di certo liberale e quindi si decise di eliminare l’esproprio esteso, limitandolo alle costruzioni pubbliche come piazze scuole edifici sociali, con la scusa che fosse di matrice troppo socialista, con degli effetti che proveremo a descrivere di seguito.

Il primo quello che si definisce doppio regime dei suoli.

Un regime pubblico e uno privato.

Da un lato il Comune attraverso il piano, prescriveva gli interventi pubblici che non rendevano di certo felici i proprietari di quelle aree per questo tipo di interventi e dall’altro i proprietari più felici perché sui loro terreni veniva prevista l’espansione della città con insediamenti residenziali, industriali e terziari, lasciando via libera, quindi, in totale discrezionalità, ai privati e alla speculazione edilizia.

In secondo luogo veniva meno l’operatività di un PRG che diventava incapace di gestire e controllare i territori.

In pratica questo voler mescolare il profitto alle regole della rendita era un mero calcolo elettorale perché ovviamente erano molto di più i proprietari felici che quelli infelici.

Dalla fine degli anni sessanta fino a fine secolo varie sentenze della corte costituzionale giudicarono il doppio regime dei suoli incostituzionale perché è facile capire, creava una disparità di trattamento nei confronti dei cittadini violando i principali principi di uguaglianza. C’erano i cittadini di serie B, penalizzati dal Piano, proprietari di suoli a destinazione pubblica, e quelli di serie A, favoriti dallo stesso, perché proprietari di suoli a destinazione privata.

Tutte le riforme non sono state in grado di modificare la vecchia legge urbanistica che negli anni ha causato una sostanziale inefficienza operativa dei Piani.

Il doppio regime quindi è diventato la scelta delle persone, non una scelta tecnica, la tecnica casomai, sarebbe stata usata dopo, per motivarla.

Ne deriva il finanziamento dei partiti, poi di politici, singoli e associati in gruppi.

Quella che noi ricordiamo come tangentopoli è una pagina triste della nostra Repubblica, che oltre ad essere stata un punto di non ritorno della fiducia degli italiani nella politica, non ha mai garantito qualità dello sviluppo urbanistico delle nostre città.

 

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