Il caso polacco che mette a nudo l’Europa

Il caso polacco che mette a nudo l’Europa

di Giorgio Borrini

Dopo diversi avvertimenti informali rivolti a Varsavia, la Commissione europea ha avviato una procedura d’indagine contro il governo Polacco di estrema destra, eletto l’ottobre scorso.

Gli oppositori di Jarosław Kaczyński, capo del partito Diritto e Giustizia (PiS) che esprime la prima ministra Beata Szydło, accusano il governo di voler cancellare indipendenza della magistratura e libertà di espressione.

Questa indagine preliminare è solo la prima tappa di una procedura, cui possono seguirne altre due. Se la Commissione accerterà l’esistenza di “un pericolo sistemico per lo stato di diritto”, potrà aprirsi un dialogo con Varsavia per condividere una via d’uscita. Se questo dialogo dovesse rivelarsi infruttuoso, si passerà alla terza fase: una serie di sanzioni tra cui la privazione del diritto di voto all’interno dell’Unione.

Dalla nascita dell’Unione europea, non si era mai visto nulla di simile.

Dopo aver attaccato il dumping fiscale di alcuni stati membri per assicurare il rispetto della concorrenza, la Commissione continua a prendere le distanze dai governi nazionali affermando il suo ruolo di garante dei trattati. Con questa procedura, va addirittura oltre: ricalcandosi un ruolo di “custode” dello stato democratico dei paesi membri.

Il solo fatto che un governo venga chiamato a rispondere della sua autorità democratica di fronte alle istituzioni europee, costituisce un colpo violentissimo alla sua legittimità politica.

Queste pressioni, inevitabilmente, incidono sulle scelte politiche del paese in esame. Da quando il PiS è al potere, la borsa di Varsavia ha perso il 16 per cento: peggior risultato dell’Unione europea.

Le istituzioni europee, dopo il caso greco e il debito utilizzato come strumento di controllo politico, si dimostrano capaci di influire violentemente sulle politiche di un paese. Soffocando, come conseguenza, le sovranità popolari. Che il governo di estrema destra del PiS non piaccia a Bruxelles, è cosa nota.

Oggi all’interno dell’Unione convivono due anime: le differenze di vedute tra gli stati della vecchia Europa e quelli usciti dal blocco sovietico, ancora troppo giovani per accettare una vera evoluzione in senso federale dell’UE, sono profonde. Questo contrasto rappresenta una sfida tra le più difficili per l’Europa di oggi: sfilacciando e disintegrando all’origine, il progetto di un’unione politica.

Inserendosi nel solco di questo contrasto, la procedura d’indagine della Commissione ha chiaramente un significato politico molto più profondo, che va ben oltre il caso polacco. Si vogliono fissare, per la prima volta e concretamente, una serie di limiti invalicabili su libertà civili e diritti fondamentali, per rispondere al dilagare dell’ondata populista che sta investendo il continente.

Il messaggio, non troppo velato, è che non si possa stare in Europa senza condividerne i valori di fondo: solidarietà, tolleranza, libertà, rispetto dei diritti fondamentali. Che la volontà di fondo sia virtuosa, non vi sono dubbi: ma il mezzo, l’atto di forza, è probabilmente il più errato e con ampie probabilità controproducente.

La morte del bipolarismo è un fenomeno ormai europeo: anche le recentissime elezioni in Spagna vanno in questa direzione. Tutti i nuovi poli, ovunque, sono accomunati da uno spiccato antieuropeismo.

Che ci sia qualcosa che non va, in questa Europa? Che non siano i muscoli, la scelta migliore come controllo politico seppur indiretto sulle scelte strategiche dei paesi membri?

Non si deve, difatti, correre il rischio di confondere causa ed effetto dell’ondata populista. Kaczyński, insieme ai vari Tsipras, Podemos, Grillo, Le Pen e tante altre derive populiste europee, sono l’effetto di un’Europa che ha clamorosamente fallito. Non la sua causa.

In tutte le grandi questioni dalle quali è stata travolta negli ultimi anni (immigrazione, terrorismo, politica estera), l’Europa ha sempre rinunciato anche solo a cercare una risposta politica unitaria, preferendone egoismi nazionali e interessi locali. Scoprendosi, inevitabilmente e regolarmente, debole e inadeguata.

È ormai evidente che senza un’unione politica, l’Unione europea non esista più. E imporre le proprie politiche ai paesi membri, getta benzina sul fuoco già divampato dell’esplosione populista. Non lo spegne.

È doveroso chiedersi se le istituzioni europee, oggi, siano in grado di sciogliere i nodi sempre più profondi che la quotidianità esprime. Le elezioni di tutta Europa dimostrano di no: oltre che i fatti, crudi, a dar ragione ai cittadini.

Il deficit democratico delle istituzioni europee è evidente, quanto problema mai risolto. Il Parlamento europeo, unica istituzione eletta direttamente dai cittadini, è un gigante d’argilla: incapace di incidere direttamente sulle politiche, al contrario della Commissione.

L’Europa burocratica è priva di un’identità comune, scoprendosi tristemente solo un macigno sulle spalle dei suoi paesi membri, non un’opportunità. Un’unione di politiche, valori, cultura può costruirsi solo e soltanto dal basso, non dall’alto.

Senza prima risolvere l’annosa questione del deficit democratico dell’UE, ogni sforzo di controllo sullo stato dei diritti civili e delle libertà fondamentali dei paesi membri sarà vano.

“Le reazioni di Bruxelles sono la migliore conferma del fatto che il nuovo governo sta facendo bene. La fase in cui i paesi occidentali trattavano Varsavia come una colonia è finita”. Queste, le ultime dichiarazioni di Kaczyński. La Commissione si aspettava forse qualcosa di diverso?

Intanto il PiS vola, e la Polonia affonda. L’Europa, con lei.

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