L’infondata pretesa di AgEntrate di essere una Repubblica a parte

L’infondata pretesa di AgEntrate di essere una Repubblica a parte

di Oscar Giannino.

Sono passati 7 mesi, dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimi 767 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, circa un migliaio comprendendo le altre Agenzie tributarie, fortemente volute da Vincenzo Visco e nate dalla riforma Bassanini nel 1999.

In questi mesi, il problema si è avvitato fino all’esplosione dell’attuale, aperta e clamorosa conflittualità.Tanto da creare ora un problema di prima grandezza al governo, che già si trova alle prese con gli attacchi di chi sostiene che, elevando la soglia sull’utilizzo del contante, l’esecutivo smonta una trincea contro il riciclaggio e la lotta all’evasione.

Il sottosegretario al MEF Enrico Zanetti sostiene che, così continuando, la direttrice di AgEntrate Rossella Orlandi dovrà dimettersi. Lei ha replicato che non ci pensa nemmeno. Il MEF ha ieri ribadito fiducia alla Orlandi, ma ha prima diffuso una lunga nota che motiva il cambio di linea posto dal governo nella strategia antievasione. Di fatto, invitando AgEntrate una volta per tutte a stare al suo posto, e a non fomentare sui media dubbi politici sulle scelte tributarie del governo. Zanetti ha controreplicato che a questo punto chiederà un chiarimento direttamente a Renzi, quando tonerà dal Sud America.

In sintesi: un bel pasticcio. Istituzionale innanzitutto. Ma anche politico, perché l’Agenzia ha alzato il tiro proprio in occasione della legge di stabilità, come a invitare la minoranza Pd e le opposizioni a sostenerla. Cosa puntualmente avvenuta.

Ricapitoliamo le origini del contrasto. Bolliva da anni, Il problema dell’illegittimità di centinaia di funzionari delle Agenzie, elevati al ruolo dirigenziale per nomina dall’alto e con incarichi a tempo. Il Tar del Lazio lo aveva affidato al Consiglio di Stato, dopo la sanatoria del 2012 varata dal governo Monti. Il Consiglio di Stato lo sottopose alla Corte Costituzionale. Che si è espressa in maniera chiara: le Agenzie sono parte integrante della Pubblica Amministrazione, dunque dirigenti se ne può diventare solo per concorso.

AgEntrate masticò storto, di fatto confidando in una nuova sanatoria. E la direttrice Orlandi disse inopinatamente, all’indomani della sentenza, che i contribuenti non dovevano sprecare “tempo e denaro” a impugnare gli atti firmati da quei dirigenti illegittimi. Il governo giustamente non gradì. E decine di pronunzie delle Commissioni tributarie provinciali e regionali smentirono – non univo0camente, è vero, viva la libera interpretazione dei giudici nel paese pretesa “culla” del diritto ! – la direttrice di AgEntrate. Il governo, adempiendo alla sentenza della Corte, negò la sanatoria, e dispose di tenere regolari concorsi aperti anche a centinaia di interni di ottimo livello, ma estranei alle cordate dei dirigenti-a-tempo di questi anni.

Nel frattempo, per non farsi mancar nulla, 400 di quei dirigenti hanno impugnato la perdita di retribuzione conseguente alla sentenza. E la resistenza di AgEntrate ha preso forme diverse. La denuncia pubblica che professionalità apicali delle Agenzie passano intanto al privato, depauperando la capacità di contrasto a evasione ed elusione perché lo Stato non li premia. La contrarietà ad accorpare le Agenzie ad altri dipendenti pubblici, visto che nella nuova tornata di contrattazione le aree della PA devono scendere da 12 a 4. Il tutto condito da argomenti squisitamente “politici”, che fanno scrivere ai media che l’Agenzia si sente accerchiata e delegittimata dalla politica tributaria governativa, a cominciare naturalmente dall’innalzamento della soglia al contante.

Bisogna riconoscere che Rossella Orlandi non ha creato la situazione all’origine del contrasto. E’ frutto di lunghi anni di singolare accondiscendenza politica, da parte di governi di sinistra, destra e tecnici. Di fatto, la politica ha finito per attribuire ad AgEntrate il ruolo improprio di stesura dei testi tributari, comprovato dal fatto che in centinaia di interrogazioni negli anni i rappresentanti del MEF rispondevano al Parlamento citando testualmente e dichiaratamente le valutazioni dell’Agenzia. Nonché il ruolo di interpretazione unica ex ante del diritto tributario vigente, affidato alle circolari sempre dell’Agenzia.

Il problema istituzionale che il governo deve sciogliere è dunque relativo al fatto che le agenzie tributarie non hanno, nel nostro ordinamento, uno status di autonomia e indipendenza dal governo simile a quello della magistratura, come di fatto le polemiche di questi mesi tentano di avvalorare. Corpi dell’esecutivo specializzati per funzione non possono credere di svolgere ruoli che sono prerogativa dell’indirizzo politico del governo: e non parliamo di “questo” governo, ma di qualunque governo. La lotta all’evasione non può essere intestata alle Agenzie come fossero una Repubblica separata, esse sono semplicemente delegate a condurla seguendo le direttive del governo e del parlamento. E si capisce dunque che al governo Renzi bruci dover ricordare per primo ad AgEntrate che sotto il suo impulso la strategia antievasione mira a ottenere maggiori risultati non più attraverso operazioni a tappeto stile-Cortina, ma con la maggiore adesione spontanea figlia del potenziamento dell’incrocio delle banche dati, della selezione degli accertamenti, della maggior cooperazione internazionale, bilaterale e in sede OCSE sul recupero dell’imponibile.

Ma c’è anche un evidente problema politico: la protesta di AgEntrate interviene a gamba tesa nel confronto che Renzi ha aperto in materia di lotta all’evasione tra due anime della sinistra. Non è un caso che Vincenzo Visco sia tra i più autorevoli critici della svolta in corso. E certo il governo non aveva messo in conto di ritrovarsi pezzi di Stato pronti a soffiare sul fuoco.

In ogni caso, non dimentichiamo che la scelta che il governo dovrà fare ha anche un aspetto di equità generale. Non è che il rispetto rigoroso della legge e delle procedure si può chiedere solo ai contribuenti, se lo Stato tributario per primo pretende eccezioni per sé, e per chi nomina dirigenti e firma gli atti da cui discendono le cartelle esattoriali.

Grazie alla gentile concessione dell’Istituto Bruno Leoni e di LeoniBlog, da cui riproponiamo questo articolo. Qui trovate il link originale.

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