Anche noi pagheremo un prezzo salato per la chiusura del Tpp

Anche noi pagheremo un prezzo salato per la chiusura del Tpp

Il grande accordo commerciale tra Asia e America (Tpp) è stato ora archiviato da Donald Trump.

Il grande accordo commerciale, che era stato voluto dall’amministrazione Obama e che il Congresso non aveva mai ratificato, è stato ora archiviato da Donald Trump, che in tal modo sembra voler tenere fede agli impegni elettorali.

In sé nulla cambia e il mondo sarà domani come era ieri, ma questa chiusura non promette nulla di positivo. I primi a patire le conseguenze di tale rigetto della globalizzazione saranno gli americani, che sono cresciuti in modo sbalorditivo proprio grazie al libero mercato. Ma un prezzo alto lo pagheremo tutti, perché il progresso deriva dalla divisione del lavoro, dalla specializzazione, dagli stimoli provenienti dalla competizione.

Se consideriamo gli oggetti della nostra vita quotidiana (dalla lavatrice al cellulare, ai farmaci con cui ci curiamo) dobbiamo prendere atto come gran parte della nostra civiltà poggi proprio su tecnologie di provenienza statunitense, e su multinazionali che si sono sempre avvalse di una varietà di apporti: progettando in un Paese, estraendo materie prime in un altro, realizzando componenti in un altro ancora. E anche se tendenze protezioniste vi sono sempre state, lo sviluppo portentoso di quell’economia aperta al mondo ha contribuito in maniera formidabile a migliorare le condizioni di larga parte del pianeta. Pure ciò di cui andiamo orgogliosi quando parliamo di «made in Italy» sarebbe ben altra cosa se non vi fosse un mercato americano interessato a comprare quanto produciamo.

Un’economia globale che si frantumasse in tanti piccoli orticelli comporterebbe, insomma, un declino dai costi altissimi. In questo senso c’è da sperare che Trump si riveli meno ideologico di quanto adesso non voglia apparire: ed è possibile che sia così. In effetti, la fine del Tpp è giunta solo poche ore l’annuncio – e le due cose non sono per nulla coerenti – di voler avviare a negoziati per un accordo di libero scambio con il Regno Unito. Ma delle due l’una: o il libero scambio è benefico (e allora è bene aprirsi anche all’Asia), oppure non lo è (e allora non bisogna commerciare neppure con Londra, poiché in questa logica protezionistica ignara dei fondamenti dell’economia ogni importazione comporterebbe una perdita di lavoro nazionale).

C’è comunque da sperare che, al di là dei proclami, Trump non affossi la globalizzazione e non ci privi dei suoi benefici. Le conseguenze sarebbero terribili.

di Carlo Lottieri

da Il Giornale, 24 gennaio 2017

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