Urbanistica e ideali liberali

Urbanistica e ideali liberali

di G. Paladini, architetto

 

La città rappresenta ancora uno dei momenti intellettuali più alti prodotti da noi esseri umani. Attraverso essa, riusciamo a soddisfare molti dei nostri bisogni fondamentali che altrimenti diventerebbero mancanze come la socialità, curarsi, procurarsi cibo, studiare, lavorare. La città è ancora un evento necessario in quanto gli esseri umani non sono adatti a vivere da soli.

L’urbanistica si compie attraverso la pianificazione che è la costruzione di un’impalcatura di regole, norme e geometrie che ci permettono di gestire e costruire il nostro ambiente di vita circostante. Se facessimo a meno di questa “impalcatura” potremmo ricondurre l’attività urbanistica a quella politica. Il Piano rappresenta quella fase decisionale della politica, con la differenza che il riferimento principale è l’uso del suolo più che l’individuo. Il suolo è l’area o il volume entro il quale prendono forma (attraverso regole, norme e tecnica), gli intenti di una società.

Come abbiamo visto negli interventi precedenti l’urbanistica è stata sempre prerogativa dell’istituzione pubblica che, riformata più volte, ha dato come risultato un sistema di regole a carattere direzionale, cioè che partono dallo Stato per arrivare a condizionare il cittadino. Questo sistema è stato reso più equo grazie all’introduzione di strumenti perequativi. Anche se, nel complesso, l’utilizzo della zonizzazione fa ancora sentire una presenza forte dello Stato proprio nella scelta degli indirizzi d’uso dei suoli, nei diritti dei proprietari, decidendo tra forme d’intervento pubblico e forme private, creando sempre disparità nei confronti dei cittadini.

Nelle forme più moderne di piano, sappiamo che il rapporto con l’economia ed il mercato risultano fondamentali.

Oggi, nelle città piccole o di medie dimensioni gli obiettivi dei piani sono quasi sempre disattesi e abbiamo sotto gli occhi le difficoltà ad intervenire per migliorare le condizioni del nostro territorio, soprattutto in casi di emergenza come sono avvenuti negli ultimi tempi. Abbiamo in mano un sistema di regole complesso caratterizzato da vari livelli da quello Regionale a quello Comunale che sovrappongono informazioni su planimetrie, regole su regole, normative spesso incomprensibili anche per persone del mestiere. Un sistema che si rivela invalicabile per l’onesto cittadino che vuol fare operazioni trasparenti e corrette, ma pronto a frantumarsi quando s’incontrano operatori con intenti corruttivi. Inoltre, utilizzando le parole dell’Arch. Bertolazzi: “un carrozzone caotico e contraddittorio che si abbatte anche su chi deve decidere la legittimità di un intervento, avvantaggiandone la pura discrezionalità”.

In pratica, chi deve decidere, non sarà portato a cercare una corrispondenza tra la regola e la proposta in essere, ma ad interpretare la regola facendo in modo che i progetti vengano adeguati a discapito di operatori e progettisti. Una prassi deleteria che porta ad uno scadimento della qualità progettuale, alla faccia dei tanti corsi di aggiornamento e approfondimento professionale. Come se l’attività della progettazione fosse una banale questione che può essere esercitata da chiunque seguendo le istruzioni.

Quindi oggi, per un paese che vuole essere aggiornato e competitivo, che vuole essere riconosciuto come leader nel panorama europeo, crediamo sia inaccettabile avere strumenti di gestione del territorio estremamente complessi, che non danno garanzie ad alcun interlocutore, che confondono invece che chiarire, che sia per questi motivi totalmente discrezionale da parte delle Istituzioni nei confronti dei cittadini.

Siamo di fronte alla prova che il vecchio modo di fare pianificazione non funziona più, ovviamente noi non siamo per l’anarchia, ma siamo per sostituire un sistema vecchio con uno nuovo.

Le ragioni di questo fallimento vanno individuate nei mancati investimenti sulla ricerca, non tanto quella prima di affrontare la stesura di un piano, ma soprattutto quella duratura, senza soluzione di continuità, che ci dovrebbe dare risposte da parte di realtà e conoscenze radicate sul territorio che, se non seguite puntualmente, rimangono sconosciute a tutti.

Certo, probabilmente esistono tipi di conoscenza, come dice il prof. Stefano Moroni, di tipo disposizionale, inarticolabile ed inesplicabile, impossibili da raggiungere che appartengono agli individui in un determinato tempo e luogo, la loro irreperibilità sarà sempre un limite nella redazioni di un piano. Ma è impossibile anche non tenere conto che le figure professionali come quelle dei ricercatori in Italia siano completamente bandite, non siano mai riconosciute da un sistema economico a carattere utilitarista ed efficientista, e che ricorre sempre alla presenza dello Stato per rimediare ai cosiddetti fallimenti di mercato.

Altra causa sono i tempi lunghi della politica, che dalla stesura del piano, per passare da adozione ad attuazione e ancora per le osservazioni e controdeduzioni con richieste da parte dei vari Enti arrivano a sfiorare i 5 anni. E chiaro che una volta attuato il piano è già scaduto.

La totale mancanza poi di una visione di coordinamento di area vasta ha fatto fallire molti piani, spesso la decisione di un Comune di sviluppare un singolo settore rischia di stravolgere gli obiettivi dei piani dei Comuni circostanti.

Ma come si possono trovare valide alternative a questa situazione di stallo che negli anni ha allontanato sempre di più gli investitori dal nostro territorio?

Prima di tutto si deve partire dal capire quali siano gli effetti di questa eccessiva normazione sull’individuo. Restituire a quest’ultimo la capacità di decidere di fare programmi per la sua vita, di poter scegliere ciò che è bene per se stesso in un quadro in cui le istituzioni gli garantiscano ciò che è giusto.

Ciò che è giusto dovrà essere garantito dalle istituzioni attraverso la stesura di nuove leggi, di nuove norme, regole chiare, generali e il più possibile astratte applicabili per tutti. Inoltre lo Stato dovrà auto vincolarsi nella sua azione di tutela nei confronti dei cittadini.

Quindi, usando le parole del prof. Stefano Moroni, le regole e norme direzionali che tendono al raggiungimento di uno stato finale attraverso la coordinazione di una società complessa, andranno sostituite con un sistema di regole relazionali che possano o non possano intercorrere tra i cittadini.

Spesso è proprio per evitare il caos che la coordinazione finalizzata provoca accentramenti di potere, informazione e conoscenza si rivelano un rigido controllo e soffocamento di quella spontaneità di ordini che può nascere tra i cittadini. La pianificazione spesso con le norme tecniche di attuazione si occupa solo dei diritti dei cittadini, stabilisce divieti, permessi e obblighi da mantenere senza occuparsi della parte più importante che riguarda l’inserimento dei manufatti sul territorio tenendo conto della tecnica, dei materiali delle caratteristiche morfologiche e ambientali in cui questi oggetti si inseriscono.

Attraverso la zoonizzazione avviene una suddivisione, una frammentazione della città in zone con l’introduzione di diritti differenziati per ciascuna di esse all’interno della quale sono troppe le parti decisive mancanti per una corretta definizione del territorio.

Esistono inoltre i cosiddetti effetti inintenzionali dei piani che ne pregiudicano l’operatività, che ne impediscono gli esiti presupposti in fase iniziale.

Quindi riassumendo, evitare di disegnare a tavolino la città del domani senza però abbandonare lo spirito che da sempre ha spinto progettisti ed urbanisti ad immaginarla.

Privilegiare per l’urbanistica l’ideale della rule of low cioè del predominio del diritto per cui ogni cittadino deve avere la possibilità di poter fare riferimento a regole chiare astratte ed evitare il più possibile la contrattazione che è l’esatto contrario e che favorisce forme di corrutela.

Gli usi del suolo dovrebbero essere ammessi per esclusione, cioè in negativo, rendendo possibile tutto ciò che non è vietato per evitare il fenomeno della discrezionalità del pianificatore.

Aprire il più possibile a forme di zoonizzazione privata sfruttando i piani operativi; fare in modo che la distinzione fra piano strutturale e piano operativo sia soprattutto tra le garanzie pubbliche verso i cittadini privati e le attività libere dei privati.

Nel piano strutturale quindi un’attività pubblica che si occupi prevalentemente di infrastrutture e servizi che detti le linee generali con eventuali regolamenti di minima da mantenere. Su questo schema generale devono poter lavorare i privati attraverso appunto i piani operativi che possono essere anche più d’uno, secondo le esigenze del momento.

Per quanto riguarda le regole costruttive di nuovi edifici si deve arrivare all’applicazione di norme igieniche, di sicurezza, strutturali, applicabili a tutte le costruzioni, gli standard minimi devono poter essere poi superati da regole prestazionali di strutture e materiali, di efficienza generale del costruito.

In conclusione possiamo dire che il pubblico debba garantire un quadro di riferimento minimale senza inibire la creatività sociale e di mercato.

Un cenno finale va fatto anche per la progettazione che come dicevamo perde di qualità proprio nel momento in cui si deve piegare a quel coacervo di definizioni e norme che talvolta assumono significati filosofici perdendo il loro stesso valore normativo.

La progettazione deve mantenere il suo ruolo di generatore di soluzioni, deve rimanere il plus valore dell’opera, l’elemento inatteso che non può essere sempre inscrivibile in uno schema complessivo finalizzato di norme.

Stiamo parlando di una forma di sussidiarietà orizzontale, volta a permettere agli individui di esprimersi all’interno di un quadro organizzato come semplice strumento di servizio.

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